Un giovane di Pordenone di 28 anni ha chiesto 250 mila euro di risarcimento al sindaco e a due medici per un TSO improprio: è il secondo caso a Pordenone.
Un episodio che forse si sarebbe potuto evitare se in Italia, come succede in ogni parte dell'Europa, il Giudice Tutelare e i legali fossero parte attiva in tutte le fasi di svolgimento di un TSO, a partire dalla proposta.
In Italia, unico caso in Europa, la decisione di sottoporre un paziente a un TSO che rappresenta a tutti gli effetti una limitazione della libertà personale, è affidata esclusivamente ai medici, mentre il Giudice interviene solo in un secondo momento.
In ogni parte d'Europa, invece, già durante la prima fase del TSO i medici sono affiancati da un avvocato mentre il Giudice si reca di persona nel reparto psichiatrico (come succede in Germania ad esempio) proprio per evitare che i medici possano compiere gravi errori. Non si può lasciar decidere ai medici da soli di limitare la libertà personale, ma devono necessariamente essere affiancati da avvocati e giudici.
Avrà un'ulteriore appendice in tribunale il caso del giovane a cui nelle settimane scorse il giudice ha sospeso il trattamento sanitario obbligatorio certificato da due medici, uno del Servizio psichiatrico dell'Azienda territoriale e sottoscritto dal sindaco Sergio Bolzonello. Già, perchè F.S., pordenonese, 28 anni, difeso dall'avvocato Gianni Massanzana, ha chiesto un risarcimento danni di 250 mila euro al sindaco (e quindi al Comune capoluogo), ai medici che hanno stilato i certificati che hanno portato al ricovero coatto e all'Ass 6. Non è la prima volta che accade un fatto del genere.
In particolare per la stessa vicenda (la revoca di un trattamento sanitario obbligatorio) esiste già una richiesta di risarcimento per la stessa cifra nei confronti del sindaco di Azzano Decimo, Enzo Bortolotti. Si tratta di una persona diversa, patrocinata però dallo stesso legale che sta perorando la causa del giovane pordenonese.
Ma cosa è successo? A spiegare la vicenda è direttamente il legale, Gianni Massanzana. «C'è subito da dire - attacca - che si trattava del settimo provvedimento restrittivo subito dal mio assistito. Questo a dimostrazione del fatto che il ricovero coatto serve a poco». Ma c'è di più. «Nello specifico - va avanti - il giudice ha accolto la nostra richiesta di sospensione del provvedimento per carenza di motivazioni. In pratica la legge impone che prima di un ricovero coatto il medico che chiede il provvedimento debba visitare la persona e la stessa cosa deve fare il professionista pubblico che controfirma. In questo caso mancavano i passaggi formali e - per quanto ci riguarda - non è sufficiente affermare che il paziente era conosciuto. La procedura attuata, invece, si era limitata alla compilazione di un prestampato. La richiesta di risarcimento - spiega ancora Massanzana - è intentata anche nei confronti del sindaco perchè è stato l'ultimo a controfirmare il Tso, ma devo dire che il nostro interesse non è certo quello di colpire il primo cittadino che evidentemente si è fidato del procedimento effettuato dai medici. Forse - conclude l'avvocato - non tutti sanno che il ricovero coatto per patologie mentali è praticamente una reclusione: si può telefonare una sola volta al giorno e in alcuni casi non è possibile ricevere visite. Il mio cliente è rimasto "recluso" per due settimane. Da qui la richiesta di risarcimento».
Loris Del Frate
Fonte: Il Gazzettino Online, www.gazzettino.it
Ripreso da:www.aipsimed.org/?q=node/497


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