Il presente documento è stato recapitato martedì scorso all'OISM (Osservatorio Italiano Salute Mentale) dopo che l'autrice l'aveva postato come commento sul sito della Senatrice Poretti.
Onorevole Senatrice Donatella Poretti,
mi chiamo Ilaria Bologna e per più di un anno ho lavorato come medico di guardia presso la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, meglio conosciuta come "Le Vallette".
Non conosco per esperienza diretta la realtà dell'OPG. Leggere dei pestaggi e capire che non sono un'eventualità remota ed eccezionale, ma una realtà tanto grave quanto comune non richiede del resto una conoscenza approfondita: un'esperienza che non sia di solamente un paio di visite di mezz'ora all'interno di un'istituzione totale consente di capire immediatamente di cosa si sta parlando.
Al signor Maurizio Parenti cui preme che "il buon nome della Polizia Penitenziaria non sia infangato" mi sento di sottolineare che all'interno delle strutture carcerarie, e gli OPG nei fatti lo sono, i pestaggi da parte degli agenti (addirittura organizzati in apposite "squadrette") sono all'ordine del giorno, sono l'ovvietà di fronte a cui si trovano tutti i detenuti e tutto il personale che all'interno della struttura lavora. Medici in prima linea, è il caso di dire. Occorre una specificazione per quanto riguarda il ruolo del medico in carcere: nella maggior parte delle Case Circondariali di dimensioni medio-grandi il medico, fisicamente presente 24 ore su 24 all'interno dei padiglioni o delle sezioni, volente o nolente a stretto contatto con gli agenti, ha primariamente un ruolo da "manutentore". Deve garantire il benessere psico-fisico del detenuto non perché abbia la possibilità reale di approcciarsi a lui come a un suo paziente vero e proprio, ma perché l'istituzione per cui lavora esige ordine, e non esiste ordine se non attraverso "la salute" del detenuto. Automaticamente il medico assume anche poteri custodiali, e spesso non solo secondariamente. Il pestaggio raramente avviene nella totale ignoranza del medico: è piuttosto frequente che il detenuto picchiato venga poi portato in infermeria per "un controllo" e che siano palesi segni che rendono possibile, e francamente non solo al cosiddetto "occhio clinico", risalire all'accaduto. A seconda di quanta complicità/connivenza esista tra il medico e gli agenti, e dunque di quanto questi ultimi ritengano di dover temere, gli agenti stessi sono più o meno espliciti nel riconoscere cosa è effettivamente successo: potranno sostenere che "sono stati costretti", che "il detenuto era agitato e aggressivo", o addirittura apertamente compiacersi di "aver dato una lezione". A volte viene finta una rissa tra detenuti (il detenuto facilmente non parla per paura di un ulteriore pestaggio). In alcuni casi il detenuto non viene nemmeno portato in infermeria, e questo avviene soprattutto se gli agenti temono che il medico in turno possa refertare in cartella clinica le prove indiscutibili di ciò che è successo.
Una questione a parte sono poi le violenze praticate nei cosiddetti Reparti di Osservazione Psichiatrica, sezioni speciali in cui soggiornano, su richiesta della magistratura o a seguito di segnalazione del personale carcerario, i detenuti chepotenzialmente "affetti da patologia psichiatrica" sono candidati al percorso dell'ospedale psichiatrico giudiziario. In tali sezioni la contenzione a mezzo di manette, la sedazione non consensuale con iniezioni di psicofarmaci, la rimozione degli oggetti personali e di abiti, lenzuola e coperte "a scopo precauzionale" sono comuni ed "automatiche", e anche quando sono iniziative autonome degli agenti di Polizia Penitenziaria devono comunque essere confermate ed autorizzate in cartella clinica dal medico (quasi sempre uno psichiatra).
La domanda immediata dovrebbe essere: perché allora non esistono denunce di pestaggi da parte del personale sanitario in primis? La risposta è duplice. Per la mia esperienza i medici penitenziari si dividono grossolanamente in due categorie. Alcuni, sia per convinzione, comodità o quieto vivere, assumono totalmente il ruolo dei garanti dell'ordine e nella pratica sono spesso quasi indistinguibili dagli agenti, se non perché rispetto a loro hanno più potere. Certamente non saranno loro a denunciare i pestaggi. Altri, la minoranza, pur riconoscendo la realtà della sistematica violenza di Stato, arrivano comunque presto a considerarla la "tragica quotidianità" con cui devono avere a che fare, che disapprovano con lo scuotere la testa ma che "bisogna accettare, questo posto è così". I pochi che condannano e tentano di denunciare sono voci sole facilmente zittite, anche con la perdita del posto di lavoro: un medico "disallineato" crea diseconomia nel sistema.
Non lavoro più in carcere e la mia scelta, francamente in parte anche indotta, deriva dalla definitiva presa di coscienza di chi, dopo aver ingenuamente tentato di "fare bene il proprio lavoro perché meglio di niente", realizza irreversibilmente l'enormità dell'aberrante meccanismo cui deve sottostare, e come tale meccanismo gli impedirà sempre di ricoprire eticamente il proprio ruolo: perchè gli impedisce di curare per prima cosa gli interessi del paziente che è sempre prima di tutto un detenuto; gli impedisce di tutelare la relazione medico-paziente e con essa la confidenzialità e la segretezza delle informazioni scambiate; gli impone, più o meno sottilmente, di assumere ruoli educativo-disciplinari che non devono competergli.
Leggendo dei pestaggi nell'OPG di Montelupo tristemente non posso stupirmi, come non posso credere che infermieri e medici, psichiatri e non, ne fossero e ne siano all'oscuro. Come non potrò stupirmi se durante la sua visita a Montelupo, accompagnata dal signor Maurizio Parenti, nulla dovesse sembrare particolarmente fuori posto, se non, forse, qualche crepa nel muro.
La ringrazio dello spazio concessomi.
Ilaria Bologna
Centro di Relazioni Umane
www.antipsichiatria-bologna.net


Commenti
Dovresti invece raccontare quegli episodi. Come ho scritto sopra gli agenti di polizia penitenziaria dal mio punto di vista non sono l'obiettivo corretto.
Voi dovreste essere coadiuvati da persone che si prendono cura dei detenuti creando dei percorsi di edificazione in modo che il vostro lavoro sia più semplice da svolgere, ed in modo che quando ritornano nella società possano reintegrasi in modo utile.
Un amico agente di polizia penitenziaria mi ha raccontato che invece quel che accade è che questi spesso vengono imbottiti di psicofarmaci a volte fino al rimbecillimento totale. Non credo proprio che in questo modo si possa ripristinare il senso civico e morale del detenuto.
Poi ho una curiosità, quanti di questi detenuti "ribelli" sono sotto trattamento psichiatrico?
hai mai pensato che chi dice certe cose lo fa non perchè ha la coda di paglia ma perchè sta dicendo la verità?
Ai miei cari colleghi,
non vi dico come rimango deluso da questi commenti, sono più che mai convinto che oggi non avete solo dei prosciutti sugli occhi ma dei veri muri di cemento armato.
Il perché la dr.ssa sia andata via, non sono notizie che dovete sapere ma ci sono seri e gravi motivi che l'hanno indotta a lasciare il lavoro, e pertanto mi rivolgo a tutti quelli che non vedono un elefante che gli passa davanti agli occhi ed a quei che fanno finta di non vedere, almeno astenetevi di lasciare commenti, visto che non avete il coraggio di cambiare niente!
Continuate a far finta di onorare la vostra divisa, e guadagnarvi lo stipendio che lo stato vi da', prima di discriminare un medico che ha avuto il coraggio di ribellarsi al sistema ricordati che la sua laurea se l'ha sudata con fatica e non potete essere voi a giudicarli!!!
Vi consiglio nuovamente di leggere la tribuna 2008 circolare 3337/5787 del 92, e da circa 16 anni che fate finta che non esiste chi ci dice come fare il nostro lavoro, buona lettura.
Salve, mi chiamo Giovanni *** , ho 41 anni e sono di ***.
Storia di un pestaggio da me subito in carcere accaduto il 7 agosto del 2009. In seguito all’assunzione, a mia insaputa, di sostanze cannabinoidi (poi risultate dagli esami delle urine) mi sono trovato in uno stato di incapacità di discernere (per come comprova la documentazione medica) e sono entrato in una abitazione privata e poi in una chiesa.
Sono stato arrestato dai Carabinieri di *** ( successivamente non convalidato dal G.I.P. presso il Tribunale di ****) e dopo circa 4 ore trascorse nella cella della caserma mi hanno portato con la motovedetta a ***, quindi in caserma per dei rilievi e poi al carcere di **** in quanto ritenuto responsabile per i reati di furto e danneggiamento. Basta che digitiate il mio nome su Google per leggere ancora gli articoli stampa dei giornali locali, descrizione dei fatti da me poi smentita. Appena arrivato in carcere sono stato rinchiuso in cella, dove circa quattro Agenti carcerieri, nonostante le mie condizioni di salute fisica e mentale a dir poco disumana (la stessa dichiarazione del Direttore del carcere di ***, inviata al Gip preposto alla convalida ne fa piena prova) si sono brutalmente avventate contro di me denudandomi con forza strappandomi i vestiti di dosso, picchiandomi con schiaffi e pugni, rompendo la catenina ed il crocefisso che porto al collo, una volta a terra hanno continuato a tirarmi forti calci, il tutto è durato per circa 15 minuti.
Dopo avermi fatto i rilievi, mi hanno portato in un’altra cella lugubre e sudicia e lasciandomi completamente nudo hanno continuato a vessarmi per il solo gusto di provocare lesioni sfidandomi con parole minacciose e mediante l’uso di idranti, tanto che ero costretto ad alzare letto e materasso per ripararmi, letto che poi hanno tolto dalla cella, costringendomi a sdraiarmi per terra. Per questi fatti ho riportato danni sia fisici, con evidenti ematomi in faccia e sul corpo, che psichici. Dopo tre giorni, appena uscito dalla Casa Circondariale di Messina per interessamento dei miei familiari e con intervento dei legali Avv. Salvatore *** e Avv. Antonio ***, sono stato trasferito in ambulanza e visitato dai medici del pronto soccorso dell’ospedale *** e successivamente ricoverato presso il reparto di psichiatria dell’ospedale di ***. Ora non ho più neanche il mio lavoro in quanto il mio datore mi ha destinato ad altra mansione e non sembra intenzionato a riaffidarmi la mia mansione originaria.
Del pestaggio subito in carcere fino ad ora non ho parlato con gli organi di informazione. Ma trascorso un anno da quei terribili fatti, visto che ho presentato querela a carico del Personale della Polizia Penitenziaria l’8 settembre 2009 ho deciso di rendere Pubblica la vicenda in quanto credo sia ingiusto che tali individui non abbiano ancora ricevuto la loro giusta punizione e potrebbero continuare a perpetrare ad altri quello che hanno fatto a me.
*** Editato da redazione Nopsych.it
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