Giuseppe Berto, lo scrittore, la definiva il Male Oscuro nel suo romanzo del 1964. E lo era effettivamente. Una malattia sconosciuta e non riconosciuta. La depressione.
Oggi se ne parla tanto e spesso. Aida Yespica, Barbara D'Urso, Alessandro Gassman, Gigi Buffon rivelano di averne sofferto e non ne parlano come se si trattasse di un carattere distintivo, ma come un ginepraio di paure, di ansie, di stati d'animo che immobilizzano i pensieri nelle sabbie di emozioni distorte.
Ma depressione = farmaci antidrepessivi è un'uguaglianza troppo facile alla quale oggi sempre più spesso l'informazione sanitaria ricorre. Mi è capitato in questi giorni sottomano un opuscolo su questo argomento allegato al settimanale Gente. La trattazione, fin troppo dettagliata e minuziosa tanto da classificare praticamente il 100% di noi lettori depressi, presenta a mio avviso, almeno un punto discutibile. Quello che ritiene la terapia farmacologica la cura di prima scelta, la più sicura e la più diretta recitando testualmente: la psichiatria moderna afferma che l'80-90% dei malati sono curabili e possono otternere una migliore qualità di vita grazie ai farmaci antidepressivi che rappresentano uno dei grandi successi della medicina.
Ed ancora: nessuno dei farmaci antidepressivi induce dipendenza o assuefazione. Il loro uso, anche a lungo termine, è sicuro.
Sono affermazioni un pò avventate per essere indirizzate al grande pubblico e generalizzazioni semplificate perchè si avalla il concetto della pillola salvifica. In alcuni casi lo è, ma in molti altri no.
La Paroxetina, un antidepressivo, appare associata a rischio di suicidabilità, soprattutto negli adolescenti e nei giovani adulti. Scusate ma non mi sembra di poco conto! E' un pò troppo semplicistico e un tantino conflittuale pensare ai farmaci antidepressivi come la panacea del mal di vivere, anche alla luce del fatto che nell'ultima pagina si ringrazia Lilly, la nota casa farmaceutica del Prozac e dello Strattera (per la sindrome da deficit dell'attenzione). Ad onor del vero l'opuscolo cita come terapia integrata anche la psicoterapia, ma appunto solo come integrazione.
Ma come spesso accade le informazioni escono al momento sbagliato e si cuciono addosso come un vestito rovesciato su quanto esposto nell'opuscolo: pochi giorni fa l'Espresso del 13 luglio ha pubblicato un articolo che così esordisce: Troppi psicofarmaci. Prescritti per condizioni che potrebbero essere affrontate diversamente. Spinti dalle industrie farmaceutiche che inventano ogni giorno nuovi malesseri, trasformando in malattie i disagi più comuni, ma anche dall'impazienza di chi non riesce a sostenere la fatica di vivere e pensa di spazzarla via inghiottendo una pillola. Un cortocircuito maledetto che porta a consumare pillole su pillole per ansia, fastidio, malumore, irrequietezza o tristezza.
A pensarla così è il più autorevole psichiatra britannico Peter Tyrer, il quale sottolinea la necessità di studi indipendenti che valutino i farmaci senza pregiudizi, e prendano in considerazione anche altre opzioni di trattamento. Tyrer non ha dubbi che l'unica possibilità contro la corsa allo psicofarmaco sia nella ricerca indipendente, argomento su cui interverrà il 28 settembre prossimo a Verona, in occasione della IV Giornata Veronese sull'informazione indipendente sugli psicofarmaci.
Da quale parte penderà l'ago della bilancia?
Tratto da: ilserpentedigaleno.blogosfere.it


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