Sono madre di un ragazzo di 21 anni diversamente abile. La disabilità di cui è affetto mio figlio è di tipo mentale ed è in cura presso la ASL. L'oggetto specifico di questa mail, non riguarda cosa lo Stato non fa per questi ragazzi! Come quest'ultimo è assente, o meglio indifferente.
Il motivo per cui scrivo questa mail è tanto semplice, quanto doloroso e risente di forte indignazione. Sono rimasta dispiaciuta alla notizia che Berlusconi è stato ferito, ma il dispiacere più grande, è stato sentire come hanno commentato la notizia i vari cronisti televisivi. Sconcertante! Come si può chiamare "pazzo", "folle", "squilibrato", un disabile? Si! Perchè di soggetto in cura si è subito parlato in tutti i TG, ma tutti i cronisti, con il termine di "pazzo", non hanno fatto altro che stigmatizzare ed emarginare, più di quanto accade nella realtà, questi ragazzi. Ragazzi che di "pazzo" hanno solo uno sguardo congelato dagli psicofarmaci e non perchè sono realmente così.
Alla tv ho potuto riconoscere quello sguardo congelato dagli psicofarmaci che lo Stato preferisce passare gratis o al prezzo di qualche euro. Farmaci che provocano dipendenza, assuefazione, aggressività, e suicidio. Farmaci che fanno comodo allo Stato meno interessato a strutture, cure, e supporti adeguati alle famiglie.
Attualmente le famiglie sono le sole impegnate a combattere questo tipo di disabilità: perdono lavoro, serenità, rapporti sociali, il contatto con l'esistenza.
Non è mia competenza entrare in merito a questo attentato a Berlusconi, trovare colpevoli e responsabilità. Io sono semplicemente madre, come già detto, e come tale mi sento il dovere di fare un serio rimprovero a tutti quei cronisti e politici che fino ad oggi hanno volgarmente confuso termini come disabilità mentale, pazzia, e follia. Chi riconosce di essere malato ed è in cura, non è un "pazzo" come dicono i cronisti, ma è semplicemente un diversabile mentale! È una persona bisognosa di aiuto, di cure vere, di veri uomini che li aiutino perchè ciò è un diritto, perchè ciò è umano.
Vergogna! Vergogna!
Il personale del distretto di salute mentale e l'Associazione per disabili mentali Ligabue di Caltanissetta, si associano al mio sentimento.
MDM


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I sette peccati dello psichiatra
Il giornale dell’Associazione Americana di Psichiatria, Psychiatric Services, pubblica regolarmente nella sua rubrica “resoconti personali” delle testimonianze di pazienti che ci fanno partecipi delle loro esperienze di cure psichiatriche. La maggior parte di queste storie sono toccanti, evocano vite di sofferenza, di lotta, di incomprensione, di fallimento; alcune persone più coraggiose ne approfittano per dire quello che pensano agli psichiatri. Betty Blaska è in questa categoria di persone combattive. Ostentando vent’anni di psichiatria pesante (tra cui non meno di tredici ricoveri in ospedale, durante i quali ha avuto tutto il tempo di condividere le sue impressioni con quelle di innumerevoli compagni di sventura) non usa mezzi termini. Senza rifiutare in blocco tutta l’assistenza psichiatrica (lei stessa ammette che una psichiatra particolarmente dedita alla sua professione le ha salvato la vita) ha compilato una lista di quelli che considera i sette errori più comuni commessi da chi prescrive farmaci psicotropi ai pazienti. La sua denuncia deve essere ascoltata e meditata...
Errore n° 1: sbagliare la prescrizione in seguito a una diagnosi errata. Questo era anche il suo caso: un disturbo timico malauguratamente etichettato come schizofrenia, con tutto l’aggravamento derivante da un lungo trattamento inadeguato. Considerato il potere insidioso dei neurolettici, questo errore è generalmente costoso per le vittime che si devono imbarcare loro malgrado sul “tapis roulant” senza fine della presa in carico psichiatrica “neurolettizzata”.
Errore n° 2: una mano troppo pesante per quanto riguarda la posologia, con il risultato di vedere le complicazioni iatrogene occupare tutta la scena e impedire gli effetti terapeutici desiderati.
Errore n°3: una propensione eccessiva al “bricolage” psicotropo. Un primo farmaco tarda ad agire e lo si “potenzia” con un secondo farmaco. Non accade nulla e si aggiunge un terzo farmaco. Si verificano degli effetti collaterali, così tanti “correttori” appesantiscono ancora di più una prescrizione già molto carica... Per non parlare delle associazioni puramente sintomatiche in cui l’ansia dipende da un farmaco psicotropo, il delirio da un altro, la depressione da uno ancora differente, l’instabilità da un quarto, l’insonnia da un quinto, ecc. Quale malato non esce al giorno d’oggi da un servizio psichiatrico universitario senza le sue venti o venticinque compresse da ingerire nel corso della giornata?
Errore n°4: minimizzare sistematicamente gli effetti collaterali riferiti dai pazienti. Se c’è un’osservazione che si ripete negli ospedali psichiatrici, è il divario enorme di tolleranza che si manifesta tra gli psichiatri e i loro pazienti nei confronti degli effetti extra-piramidali...
Errore n°5: svalutare l’esperienza che possiedono certi pazienti sui loro sintomi, mentre, se presi sul serio, costituiscono il modo più sicuro per il medico di stabilire un rapporto di fiducia che permette di unire gli sforzi.
Errore n°6: scoraggiare il desiderio legittimo dei pazienti di saperne di più sulla loro malattia e il loro trattamento.
Errore n°7: attenersi a quanto Betty Blaska chiama un “rapporto da prescrittore”. Nulla è più umiliante per una persona sofferente del constatare che l’essenziale di ciò che cerca di comunicare con difficoltà non riesce a raggiungere un medico ansioso solo di fare una ricetta per terminare al più presto.
Come si prevengono errori così comuni? Per Betty Blaska c’è un solo modo: condividere con i pazienti la responsabilità per le decisioni sul trattamento. “La guerra è una cosa troppo seria per affidarla ai militari”, diceva Clémenceau. Blaska pronuncerebbe di certo la stessa sentenza per gli psichiatri e la sofferenza psichica.
di Alain Bottéro, psichiatra.
Tradotto da Catterina Verona
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