“In un’epoca di pazzia, credersi immuni alla pazzia è una forma di pazzia” scrive Saul Bellow in uno dei suoi libri più belli: Il re della pioggia. Gli Stati Uniti producono la Bibbia della salute mentale. Ha un nome complicato: Diagnostic and statistical manual of mental disorders. Ma medici e psichiatri lo definiscono Dsm. E’ il manuale a cui ci si riferisce per stabilire se una persona è ossessiva-compulsiva, o depressa, o narcisistica egocentrica, piuttosto che paranoica, istrionica, antisociale, borderline o passiva aggressiva. Le diagnosi sono formulate e le medicine prescritte consultando questo librone che racchiude la mappa del disagio mentale. Un disagio che sta aumentando negli Stati Uniti e non solo a causa della crisi e del tasso altissimo di disoccupazione. In America non si sanno spiegare l’impennata di casi di autismo, di anoressia o bulimia.
Ora il Dsm sta per approdare alla sua quinta edizione: il Dsm-V. In un articolo scritto per il New Scientist, tradotto in Italia da Internazionale, Peter Aldhous scrive: “Due famosi psichiatri oggi in pensione sostengono che il nuovo manuale allargherà a tal punto la definizione di malattia mentale da spingere i medici a prescrivere farmaci inutili e pericolosi a milioni di persone. I dirigenti dell’American psychiatric association (Apa), che pubblica il volume, sostengono invece che le critiche dei loro colleghi sono motivate da interessi personali”. Siamo in un campo molto difficile. E’ più facile diagnosticare una tonsillite acuta che non un caso di schizofrenia. In America, però, le polemiche sugli psicofarmaci sono sempre attuali. Dopo gli allarmi sul Ritalin dato forse con troppa facilità ai bambini iperattivi, ora si parla di antidepressivi che sarebbero inefficaci per le depressioni lievi o di media entità. Un’etichetta di disturbo mentale è un marchio a fuoco. La gente se la porta dietro per tutta la vita. Una diagnosi sbagliata, e nel campo della psichiatria purtroppo abbondano, può avere conseguenze molto dannose per un paziente. Il costo dei farmaci, poi, è altissimo.
Secondo Aldhous c’è il sospetto negli Stati Uniti che siano stati chiamati esperti delle case farmaceutiche a collaborare alla stesura del Dsm-V. Se, come si sospetta, la lista dei disturbi mentali si arricchirà di decine, se non centinaia, di nuovi sintomi da classificare nell’area del disagio mentale, non solo ci guarderemo nello specchio con occhi nuovi ma svaligeremo le farmacie. Forse è vero che nessuno è normale. Il Dsm esiste solo dal 1952, quando l’esercito americano sentì la necessità di catalogare i disturbi dei soldati. Oggi è usato dai medici nel mondo intero. Consultando questo manuale si decidono terapie che possono avere effetti collaterali gravi, a volte invalidanti. Per questo è così importante questo manuale diagnostico.
Varie edizioni aggiornate hanno visto la luce nel 1968, nel 1980, nel 1987 e nel 2000. L’omosessualità fu depennata dalla classificazione psicopatologica solo nel 1972, nella settima ristampa del Dsm II. Nella prossima edizione sembra che l’attenzione verrà puntata sulle diagnosi multiple, perché è il campo più problematico, soprattutto quando sono presenti dipendenze e abusi da sostanze. Peter Aldhous fa notare che Jane Costello della Duke University di Durham si è dimessa nel marzo del 2009 dal gruppo di lavoro sui disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza che collabora alla nuova versione del manuale “perché a suo avviso la revisione del Dsm non aveva rigore scientifico”. Infuria la polemica negli Stati Uniti. Non c’è un tetto alle sovvenzioni da parte delle case farmaceutiche ai progetti di ricerca dei membri dell’Apa al lavoro sul manuale. La pubblicazione del Dsm V è prevista per il maggio del 2013. Ma intanto le modifiche proposte verranno pubblicate sul sito dell’Apa. Questo permetterà agli psichiatri di valutare le modifiche proposte al manuale che viene usato oggi.
Gli psichiatri Robert Spitzer e Allen Frances, oggi in pensione, accusano l’Apa di voler fare delle modifiche assurde. Secondo loro il nuovo Dsm rischierebbe di portarci “alla totale medicalizzazione della normalità e porterebbe a un uso inutile e spropositato di farmaci”. “Io sò pazzo” cantava Pino Daniele, ma nessuno ha mai pensato di catalogare la sua canzone in un manuale, un manuale che finalmente viene messo in discussione.
di Delfina Rattazzi
Fonte: http://notizie.tiscali.it/


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