Per la morte di un detenuto i medici che lo visitarono sono accusati di omicidio colposo
Aveva un tumore al cervello ma i medici del carcere dove era rinchiuso, hanno ritenuto che soffrisse di una patologia psichiatrica. E così, a poco più di un anno di distanza dal giorno della morte, avvenuta il 16 febbraio del 2004, il pubblico ministero Antonella Nespola ha concluso le sue indagini evidenziando che il decesso di Francesco Marrone, detenuto siciliano di 41 anni, è stato causato da una condotta colposa dei medici.
Il magistrato ha depositato gli atti (passo che generalmente prelude a una richiesta di rinvio a giudizio) nei confronti di dodici sanitari in servizio presso il carcere di Rebibbia, ipotizzando il reato di omicidio colposo. Secondo il magistrato, gli indagati, «con condotte colpose tra loro indipendenti, concorrevano a determinare il decesso, dovuto alla presenza di un processo espansivo di tipo tumorale».
Il pm, che ha rilevato una grave carenza organizzativa, ha attribuito responsabilità al direttore sanitario di Rebibbia Nuovo Complesso, Sergio Fazioli, perché - è scritto nel capo di imputazione - «ometteva di provvedere alla manutenzione ordinaria e straordinaria, ovvero alla sostituzione dell'apparecchiatura strumentale elettroencefalografo in uso alla casa di reclusione del cui mal funzionamento era a conoscenza, e di disporre il trasferimento del detenuto in altra struttura, anche ospedaliera, per effettuare tutti gli accertamenti diagnostici richiesti e mai eseguiti». Non avrebbe, poi, provveduto a svolgere gli opportuni controlli «sull'operato dei sanitari». I suoi legali hanno nominato consulenti di parte e sono in attesa - spiegano - «dei risultati che dimostreranno la sua completa estraneità».
Insieme con il direttore sono accusati dello stesso reato anche Mauro Finocchiaro, Ermanno Tommasini, Giuseppe Dichirico, Giulio Gentili, Massimo De Lellis e Maurizio De Angelis. Per il magistrato: «in qualità di medici di guardia e di reparto della casa circondariale, che alternativamente avevano visitato Marrone, non si attivavano per imporre esami strumentali e visite specialistiche, in presenza di un quadro clinico che li aveva indotti, in diverse occasioni, a richiederli e annotarli; sottovalutavano la rilevanza di sintomi allarmanti, trattando Marrone come soggetto affetto da patologia psichiatrica; erravano, quindi, diagnosi e terapia, fino a ritenerlo soggetto che “simula situazione di incoscienza”, mentre era in stato comatoso».
Quanto a Luciano Benelli, Andrea Pacileo, Carlo Valitutti e Pasquale Pede, medici psichiatrici, considerando il detenuto affetto da problemi mentali, «ignoravano la rilevanza specifica di alcuni disturbi presentati da Marrone che, secondo le comuni regole della psichiatria, costituivano non già manifestazioni di una crisi di natura psicogena, bensì di una grave patologia organica».
Il neurologo Carlo Colosimo, infine, «interveniva con estremo ritardo su Marrone (circa quattro mesi dopo la prima richiesta) in due sole occasioni, e non inquadrava il caso clinico».
C. Man.
da: ilmessaggero.caltanet.it


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