Un viaggio nella storia della follia. Contrapposta alla ragione, alla normalità, e per questo isolata. Già nell’antichità la follia suscitava paura: ritenuta frutto dell’influsso di qualche divinità, i "malati" venivano isolati dai sacerdoti del tempio, che tentavano di alleviare i sintomi con riti e preghiere.
Nel Medioevo diventa il risultato di una possessione da parte di spiriti maligni e tra XVI e XVII un vizio incluso tra i sette peccati capitali. Solo sul finire del ‘700 i malati psichici sono considerati come tali e la psichiatria una scienza medica, completamente libera dai ganci della religione. Il francese Philippe Pinel comincia a distinguere i malati mentali dai poveri, i vagabondi e gli emarginati, cui prima venivano assimilati. Il folle è un individuo incapace di padroneggiare i propri istinti e può essere curato solo in un luogo strutturato, al di fuori di influenze esterne e con la presenza costante di un medico che segua l’evoluzione della malattia. La cura diviene di fatto l’internamento.
Gli strumenti terapeutici utilizzati per ricondurre questi malati alla "normalità" sono traumatici, volti a provocare uno shock: docce ghiacciate, diete sbilanciate, isolamento e contenzione fisica, purghe, salassi, oppio.Ancora nel Novecento si continua con la lobotomia frontale, lo shock cardiazolico e l’elettroshock. Mentre dal punto di vista normativo viene introdotta in Italia la legge Giolitti, realizzata nel 1904. Una legge garantista nei confronti del malato, ma orientata soprattutto verso la protezione della società: si propongono infatti limitazioni alla libertà del malato, considerato un pericolo per la società e di "pubblico scandalo".
Si affermano i manicomi come realtà immutabili. Ancora nel anni ’60 essere ricoverato nell’ospedale psichiatrico comporta l’iscrizione nel "casellario giudiziario" . Alcuni passi avanti si fanno solo nel 1968 con la legge Mariotti che abolisce l’iscrizione al casellario, regolamenta il ricovero volontario e introduce la figura dello psicologo, fino alla legge Basaglia del 1978 che prevede la chiusura dei manicomi.
Ricordi da dimenticare. Terribili sono le testimonianze di coloro che hanno vissuto la realtà dei manicomi. Alfredo Bonazzi, ex ergastolano, poeta e scrittore, rimase a letto per sessantotto giorni consecutivi nel manicomio criminale di Reggio Emilia. Nella sua inchiesta sui manicomi criminali, "Squalificati a vita", racconta di ‹‹un certo Farina, legato mani e piedi al letto per dieci anni. Di Giuseppe Angioni, eroe di Caporetto andato fuori di testa, dimenticato per quarantacinque anni per via di una svista giudiziaria. Di Teresa Balducci, il cui suicidio ha fatto chiudere per sempre il lager femminile di Pozzuoli››. Racconti simili anche dalle parole di che dal 1970 al 1972 diresse il centro di igiene mentale di Castelvuovo nei Monti in provincia di Reggio Emilia e mobilitò i sindaci e la popolazione contro il manicomio di S.Lazzaro.
‹‹Una donna - racconta Antonucci - studentessa in medicina, era stata internata perchè aveva dichiarato di credere nella telepatia. Nella cartella di questa donna era scritto "orientata nel tempo e nello spazio, equilibrata, parla bene, risponde a tono alle domande"›› Si iniziò il trattamento. Sedute di elettroshock, sei alla settimana, festa alla domenica, ma poiché con questa terapia la paziente non aveva cambiato parere venne sottoposta anche a coma insulinico. ‹‹Questo lo facevano ogni settimane - continua Antonucci - sei sedute di elettroshock e coma insulinico, finché un giorno la donna si risvegliò è disse di essere confusa. Chiunque sarebbe stato almeno confuso dopo un trattamento del genere››.
Il luogo della memoria. L’ex manicomio di San Servolo , provincia di Venezia, rappresenta
la voglia di non dimenticare, di raccontare. È diventato un "Museo della follia" con testimonianze della vita manicomiale: indicazioni su ciò che stava fuori del manicomio, le paure dei "normali", e le condizioni materiali di vita delle persone che diventano "i pazzi" (i contadini pellagrosi, i bambini down, le donne depresse, gli epilettici, gli alcoolisti, per citarne solo alcuni).
Racconta ancora della medicina, le sue conoscenze e le sue terapie: dall’uso delle catene all’uso del pianoforte, contenzione, cura morale, idroterapia, ergoterapia, farmacoterapia, elettroterapia, terapie di shock, musicoterapie. ‹‹Il museo della follia - spiega Mario Galzigna del Comitato scientifico della Fondazione San Servolo - è, al tempo stesso, una testimonianza e un monito: può aiutarci, oggi, a combattere le ambiguità che possono ripresentarsi anche nelle forme più sofisticate di trattamento della malattia mentale, apparentemente estranee ad una logica della repressione e della contenzione››.
Maudie Piccinno
da: www.ifgonline.it


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