Lino Banfi, a Torino per una produzione e Ambasciatore Unicef, sottolinea la pericolosità di certe pratiche.
E aggiunge: “I genitori di oggi sono molto meno preparati ad avere figli di quelli di un tempo”.
“Un po’ come Nonno Libero, un po’ come nonno nella vita reale, un po’ come ambasciatore dell’Unicef, ho molto a cuore i bambini di tutto il mondo, soprattutto quelli che soffrono””, così Lino Banfi accetta di parlare di bambini e psicofarmaci.
L’attore pugliese si trova da qualche giorno a Torino, insieme a Gerry Scotti, per girare un film che uscirà a Natale, una pellicola anche per i bambini. O forse soprattutto per loro. Lo incontriamo nel suo camper durante una pausa nella lavorazione.
Qualcuno si domanderà che cosa abbia da dire Lino Banfi a proposito di questo problema. È presto detto. Nel 2003, l’ultima puntata della fiction “un medico in famiglia” fu attaccata da molti psichiatri perché in una scena “nonno Libero” toglieva uno psicofarmaco al nipote, rientrato dall’America con una diagnosi di ADHD. Alla polemica presero parte, oltre che gli psichiatri, anche le associazioni di genitori e alcuni specialisti. Si dividevano tra chi riteneva diseducativa quella scena e chi, invece, pensava potesse essere utile perché il messaggio era veicolato da un personaggio popolare.
Allora, signor Banfi, che cosa è successo quella volta? “Ricordo abbastanza bene. Feci un po’ di polemica come Nonno Libero, dicendo che i medici esagerano, che danno troppi farmaci, anche se il piccolo ha solo un problema leggero. E per giunta prescrivono gli psicofarmaci, e questo non va bene. I bambini vanno preservati da queste cose, pensiamo che certi psicofarmaci sono addirittura più deleteri di una droga… mi chiedo che cosa possa capitare a un bambino che inizi a prendere queste sostanze: in che condizioni arriverà alla mia età? Se a ogni bambino che si distrae, che litiga con i compagni o cose simili, si prescrive uno psicofarmaco, andiamo male”.
Lino Banfi è nonno di una ragazza di 13 anni e di un bambino di 7. Gli diciamo che nelle scuole torinesi è stato distribuito un test per la verifica dell’ADHD, la cosiddetta affezione dell’iperattività, e che se i bambini dovessero rispondere positivamente a oltre la metà delle domande, verranno con tutta probabilità destinati a cure psichiatriche. Banfi si preoccupa e invita chi sta per compilare questi test a stare molto attento: “Ci sono dei bambini che hanno ottimi voti a scuola in tutte le materie, ma gli insegnanti si lamentano della loro disattenzione. Ma essere disattenti è un fatto normale, adesso come ai miei tempi”.
Per l’attore è normale che una bambino possa essere agitato o distratto, piuttosto sottolinea la carenza affettiva e di dialogo tra genitori e figli. “non sento mai genitori moderni che parlino con il proprio figlio dei suoi problemi e non solo dei problemi”. L’irrequietezza dei bambini di oggi non va isolata dal contesto famigliare, secondo Banfi, il quale si dimostra sfiduciato verso le nuove generazioni di genitori. “tra i genitori di oggi e quelli di un tempo c’è una sostanziale differenza qualitativa. I trentenni di una volta erano meno colti ma più preparati a fare i genitori: quelli di oggi sono l’esatto contrario. I trentenni di oggi non hanno voglia di fare i genitori. Le mamme non sanno più bene quale sia il loro compito”.
Banfi sorride amareggiato e ricorda che, quando lui era bambino, “si tornava da scuola e si trovava la famiglia riunita a tavola, due o tre generazioni comunicavano. Non è più così. I bambini tornano a casa e trovano la mamma arrabbiata col papà o al cellulare che parla con l’amica, il papà che non vuole essere disturbato e spedisce il piccolo a guardare la televisione, o cose simili”.
Quale ruolo ha la televisione nel disagio dei più piccoli? “Ha un ruolo molto importante. Pensi che solo al 30 o 40 per cento dei bambini italiani piacciono le fiction che ad esempio faccio io, tutti gli altri le ritengono banali. E noi attori e presentatori possiamo fare i salti mortali per avvicinarci di più ai bambini, ma non supereremo mai queste percentuali. Non molto tempo fa ho beccato mia nipote di 13 anni guardare un programma in cui i protagonisti si “divertivano” a rischiare la vita. Davanti a questo, mi chiesi quale tipo di televisione piaccia ai giovanissimi”.
Per Banfi è impossibile risolvere il disagio dei bambini con gli psicofarmaci, e di queste sostanze non vuol proprio sentirne parlare. Alla fine, si rammarica che il discorso psicofarmaci e bambini non abbia abbastanza voce in televisione e sui giornali: “E’ un problema che va affrontato. Finché non emergerà come si deve, nessuno vi presterà attenzione. Anche perché ognuno di noi pensa che tocchi sempre agli altri, e mai a noi. Poi però ti capita ed è troppo tardi”.
Di: Luca Bistolfi
Tratto da: Torino Cronaca – 23/07/2005 – pagina 16
Ripreso da:
www.giulemanidaibambini.org/stampa/allegato258.rtf


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