Dopo aver allentato i legami sociali e i vincoli affettivi, per l’esasperato individualismo ed egoismo che si va diffondendo nella nostra cultura, oggi incominciamo a pagarne i costi in termini di tragedie umane e di inutile dispendio economico.
Se un bambino è un po’ vivace e turbolento, magari perché è chiuso in casa e non ha spazi di gioco dove sfogarsi, o perché bloccato in un’aula di scuola cinque ore al giorno con spazi ricreativi che si riducono a dieci minuti di pausa, invece di creare strutture dove possa esprimere il suo bisogno di muoversi, gareggiare, primeggiare, viene etichettato come affetto da un “disturbo da deficit di attenzione con iperattività” e, con questa diagnosi, inviato da uno psicologo o curato con farmaci.
Se una mamma non ce la fa più a seguire i suoi bambini nel chiuso di un appartamento, dove il vicino è uno sconosciuto, in quella solitudine che le sequestra e le aliena il suo corpo, il suo tempo, il suo spazio, il suo sonno, la sua vita sociale, e a un certo punto arriva, se non ad ammazzare il figlio, a crescerlo con aggressività o profonda stanchezza e demotivazione, invece di creare strutture educative, nidi, asili, scuole a tempo pieno, le si appioppa una diagnosi di “depressione” e la si manda da uno psicoterapeuta cui versa l’equivalente in denaro della retta di una struttura educativa, che consentirebbe al figlio di crescere bene socializzando, e alla madre di perdere la stima di sé.
Ho letto recentemente sul Daily Telegraph che in America l’80 percento della popolazione usufruisce di cure psicoterapeutiche (contro il 14 per cento negli anni ’60) mentre il sociologo John Nolan, nel suo recente libro "The Therapeutic State", ci informa che: “Negli Stati Uniti ci sono più psicoterapeuti che librai, pompieri, postini, e addirittura due volte più che dentisti e farmacisti.
Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvocati”. Società di avanguardia come Whitbread Cable and Wireless hanno inserito l’offerta terapeutica nel contratto dei dipendenti, mentre altre forniscono ai propri licenziati assistenza psicologica, quando invece costoro avrebbero bisogno semplicemente di un posto di lavoro.
Che significa tutto questo? Che le carenze oggettive (come quelle di spazi ricreativi per i bambini, di possibilità di occupazione per i carcerati, di un po’ di tempo libero per le madri relegate in casa, di nuovi lavorati per i cassintegrati e i licenziati) non sono percepite come problemi cui dare risposta sul piano della realtà, ma, per le conseguenze dolorose che determinano, sono lette come disagi psichici, d'affidare alle cure degli psicoterapeuti o degli psichiatri: In questo modo si diffonde un’”etica terapeutica” che promuove non tanto l’autorealizzazione degli individui, quanto la loro autolimitazione, perché, postulando un sé fragile, debole e in ogni suo aspetto vulnerabile, favorisce la gestione delle esistenze e delle singole soggettività.
Queste, a poco a poco, si persuadono che i loro problemi sono reali, e tali da poter trovare una soluzione in una diversa organizzazione della società, ma sono psicologici, e quindi da risolvere nel chiuso della soggettività. Il risultato è che i legami sociali, dove queste difficoltà potrebbero trovare soluzione, non vengono neppure prese in considerazione e, con una lettura perversa che induce a considerare le conseguenze dolorose di un disagio reale come problemi fisici dell’individuo, si favorisce la frammentazione sociale dei singoli, sempre più isolati e chiusi nelle loro problematiche, da oggettive a soggettive, attraverso un tortuoso percorso che non porta alla guarigione ma all’alienazione. Infatti, una volta persuaso di avere un sé fragile e vulnerabile, quindi bisognoso di un supporto, l’individuo finisce con il desiderare l’auorità terapeutica, che agisce in base alla premessa di essere la sola a sapere quali sono i suoi problemi e come si possono risolvere.
Il vissuto di dipendenza che così si diffonde crea una società acquiescente e conformista: quanto di più desiderabile possa attendersi che esercita il potere. Che sia questo lo scopo finale cui tende questa impropria diffusione dell’etica terapeutica? Io penso di sì. Non basta infatti il “pensiero unico” a creare omologazione e conformismo, occorre anche un “sentire unico”: E cosa, meglio dell’intervento psicoterapeutico, è capace di persuadere che, siccome la società non può cambiare, come recita quel pessimo vangelo che porta il nome di “sano realismo”, a cambiare devi essere tu, con il sacrificio delle tue aspirazioni e dei tuoi desideri di autorealizzazione, perché più sei conforme e meno sei individuato, tutto funziona meglio, e non occorre investire per promuovere quelle strutture che favorirebbero la tua autorealizzazione, di cui nessuno ne sente la necessità?
Ma c’è davvero un futuro per società conformi omologate che si dicono “libere”, mentre all’autorealizzazione degli individui preferiscono la loro autolimitazione?
Io penso di no.
Di Umberto Galimberti, da La Repubblica delle Donne, 2/luglio/2005
Preso da: www.retesociale.it


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